
Mons. Mauro Longhi
Socio Onorario
Imparare l’arte di vivere bene
Ascoltare Don Mauro Longhi è da un lato affascinante e da un altro difficoltoso. Si, perché tratta argomenti di elevata teologia che non sono alla portata di tutti, almeno del sottoscritto.
Sentir parlare delle verità escatologiche e dei massimi sistemi per rispondere ad alcune domande che tutti gli esseri senzienti si pongono (chi sono, perché sono qui, dove sto andando, che avverrà dopo la mia morte), sollecitando la coscienza di ciascuno di noi, ebbene, tutto questo non è di facile comprensione e deve essere oggetto di una profonda meditazione personale.
Per queste ragioni si è deciso di pubblicare l’intervento integrale di Don Mauro seguito da alcune considerazioni e focalizzazioni nella speranza di non prendere abbagli e commettere vistosi errori interpretativi.
Vorrei iniziare dichiarando che la comprensione di tutto quello che abbiamo sentito si fonda su un passaggio evangelico di Giovanni ( I0,6)”Io sono la via, la verità e la vita”.
Solo alla luce di questo detto evangelico si possono comprendere alcune affermazioni.
“Anche se nelle questioni etiche, non si dà una evidenza di tipo matematico perché è sempre in gioco tutto l’uomo con quanto di imponderabile vi è in lui; tuttavia, occorre pur sempre sforzarsi di immettere la via della fede entro la comprensione della ragione che oggi, con la frantumazione del sapere minato da concezioni positivistiche circa la natura dell’uomo e della sua stessa ragione, non trova più certezze”
E dunque “quale è la strada alla vita buona, alla felicità?”
“La povertà più profonda è l’incapacità di gioia, il tedio della vita considerata assurda e contradditoria. Questa povertà è, oggi, molto diffusa, in forme ben diverse sia nelle società materialmente ricche sia anche nei paesi poveri. L’incapacità di gioia suppone e produce l’incapacità di amare, produce l’invidia, l’avarizia – tutti vizi che devastano la vita dei singoli e del mondo”
“Se l’arte di vivere rimane sconosciuta, tutto il resto non funziona più. Ma questa arte non è oggetto di scienza, non si impara sui libri – questa arte la può comunicare solo chi ha la vita – Colui che è la Vita e ci può trasmettere la Verità su di Lui, su di noi e sul mondo”
Ecco la risposta alla domanda iniziale,
Concludo queste poche righe e rimandando il lettore al testo integrale, con una personale, considerazione che riguarda la coscienza che, indubitabilmente, appartiene a tutti noi.
Questa entità dovrebbe guidarci a saper distinguere ciò che è bene da ciò che bene non è! Ma è, davvero così? Può la coscienza essere addomesticata, addormentata, stravolta, violentata fino al punto di non svolgere la sua principale ed unica funzione?
Ciascuno dia la sua intima personale risposta.
Massimo (Mamo) Boriol
Imparare l’arte di vive bene
lasciamoci afferrare dalla mano di Dio
brevi riflessioni
Introduzione
Mentre il mondo, ferito da ideologie di dominio e di inganno, è piagato da conflitti militari anche in Europa e va alla ricerca di forze capaci di produrre senso a ciò che accade, la Chiesa, quale comunità dei battezzati a servizio di tutti gli uomini, è chiamata, oggi più che mai, ad elevare il suo sguardo alla verità e a darne testimonianza: la verità su Dio, sugli uomini e sul creato, l’unica Verità che Cristo, il Verbo incarnato, per volontà di Dio Padre, ha lasciato in deposito alla sua Chiesa. È la verità sulla azione creatrice divina e sulle alleanze salvifiche disposte dal Dio creatore e redentore a favore di ogni uomo e di tutti gli uomini.
In tal senso, sono qui questa sera per offrirvi una breve riflessione che ci permetta di riconquistare una rinnovata fiducia nella esistenza della Verità e di imparare così l’arte di vivere bene che ci liberi dalla schiavitù degli idoli, dalle nostre paure e da un clima di sospetti e di divisioni. Si tratta di entrare in una prospettiva che ci permetta di comprendere meglio la attuale e persistente duplice crisi mondiale - quella morale e quella esistenziale – trovandone le radici, nonché tempi, luoghi e modi per il suo superamento.
Proprio con questi sentimenti porgo un deferente e cordiale ringraziamento al Presidente del Rotary Club Milano Castello che mi ha invitato a questo incontro, e a tutti a Voi qui convenuti.
Scrisse nel 1996 l’allora card. Ratzinger: “Ora è vero che anche la Chiesa non possiede risposte bell’e pronte per tutti i problemi urgenti che emergono in un momento nel quale si sono dischiuse all’uomo possibilità assolutamente nuove di disporre di sé e del mondo e, insieme, sono anche insorti quesiti inimmaginabili sui limiti di quanto è permesso all’uomo e sulle modalità positive del suo dover essere. Che cosa il messaggio biblico significhi concretamente in tutti questi nuovi ambiti della responsabilità umana va chiarito nella comune lotta per la comprensione delle attuali circostanze e nella loro illuminazione mediante la parola della fede (….)” (Joseph Ratzinger, La via delle fede, Prefazione, Ares ed., Città di Castello (PG) 1996, p.7).
Anche se nelle questioni etiche, non si dà una evidenza di tipo matematico, perché è sempre in gioco tutto l’uomo con quanto di imponderabile vi è in lui, tuttavia occorre pur sempre sforzarsi di immettere la via della fede entro la comprensione della ragione che oggi, con la frantumazione del sapere minato da concezione positiviste circa la natura dell’uomo e della sua stessa ragione, non trova più certezze.
- In un mondo sospeso?
“Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi?” (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, Aforisma 125)
La ragione stessa attende in silenzio la luce della fede che scaturisce dal messaggio biblico e ci conferma: il mondo è stato pensato e voluto; il mondo deriva da una intelligenza, deriva da una libertà, da una bellezza che è amore. Il mondo non è il prodotto della oscurità e dell’assurdo.
Mentre la fisica, la biologia, le scienze naturali in genere ci forniscono un racconto nuovo, inaudito della creazione, con immagini grandiose, si ha invece l’impressione generale che negli ultimi quattro secoli la storia del cristianesimo sia stata una continua battaglia di ripiegamento, nel corso della quale sono state dismesse, una dopo l’altra, molte affermazioni della fede e della teologia (cfr Joseph Ratzinger/Benedetto XVI In principio Dio creò il cielo e la terra, Ed Lindau, Città di Castello ottobre 2006).
Se Friedrich Nietzsche poteva scrivere nel 1887 “Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: Cerco Dio! Cerco Dio! (…). Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!” (La gaia scienza, Aforisma 125), la fede cristiana sempre e nuovamente, specialmente in questo inizio del terzo millennio, addita il sepolcro vuoto del Risorto: il Dio incarnato non è morto!
Lasciò scritto San Giovanni Paolo II nella sua Via Crucis al Colosseo per il Venerdì Santo dell’anno 2000: “Il sepolcro vuoto è segno della definitiva vittoria della verità sulla menzogna, del bene sul male, della misericordia sul peccato, della vita sulla morte. Il sepolcro vuoto è segno della speranza che non delude (Rm 5,5). La nostra speranza è piena di immortalità (cfr. Sap 3,4)”.
- Come si impara l’arte di vivere bene
La vita umana non si realizza da sé. La nostra vita è una questione aperta, un progetto incompleto ancora da portare a compimento e da realizzare. La domanda fondamentale di ogni uomo è: come si porta avanti questo – diventare uomo? Come si impara l’arte del vivere? Quale è la strada alla vita buona, alla felicità?
Il Verbo incarnato dice nell'inizio della sua vita pubblica: “Sono venuto per evangelizzare i poveri” (Lc 4, 18); questo vuol dire: Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità - anzi: io sono questa strada.
La povertà più profonda è l'incapacità di gioia, il tedio della vita considerata assurda e contraddittoria. Questa povertà è oggi molto diffusa, in forme ben diverse sia nelle società materialmente ricche sia anche nei paesi poveri. L'incapacità di gioia suppone e produce l'incapacità di amare, produce l'invidia, l'avarizia - tutti i vizi che devastano la vita dei singoli e il mondo. Perciò abbiamo bisogno di ascoltare che cosa vuole trasmetterci Dio in relazione al triplice rapporto fondamentale di ogni esistenza umana: il rapporto con il divino, il rapporto con gli altri, il rapporto con il cosmo.
Se l'arte di vivere rimane sconosciuta, tutto il resto non funziona più. Ma questa arte non è oggetto della scienza, non si impara sui libri - questa arte la può comunicare solo chi ha la vita - colui che è la Vita e ci può trasmettere la Verità su di Lui, su di noi e sul mondo.
Abbiamo appena sottolineato che siamo in presenza di un processo progressivo di scristianizzazione e di perdita dei valori umani essenziali. Gran parte dell'umanità di oggi non trova nel cristianesimo la risposta convincente alla domanda: come vivere bene.
Tutti abbiamo bisogno della Verità; essa è destinata a tutti e non solo a un cerchio determinato di persone privilegiate.
“Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore e, in modo particolare, nell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1,26)”. Con queste parole San Giovanni Paolo II introduce le sue riflessioni teologiche, dottrinali e pastorali, sulla verità nella sua Enciclica Veritatis splendor (6 agosto 1993). La verità illumina l’intelligenza e informa la libertà dell’uomo che viene come guidato per mano a conoscere Dio e la sua azione creatrice, e a scoprire il senso della propria vita e di quella del cosmo.
Nelle diverse parti del mondo, segnato da culture differenti, sorgono le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: “Chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché la presenza del cielo e della terra, degli astri e degli altri viventi?”
3. Alla ricerca del senso della vita
La dottrina cristiana sostiene che l’uomo, in seguito a quel misterioso peccato d’origine, è sovente sviato dall’errore che si è introdotto nella sua intelligenza, e dalla malizia che indebolisce la sua volontà. L’uomo viene tentato a distogliere il suo sguardo dal Dio “vivo e vero” per volgerlo agli idoli (cfr. 1 Ts 1,9): per istigazione dell’angelo ribelle – Satana, menzognero e padre della menzogna-, la persona umana viene così ad essere offuscata nella sua capacità di conoscere la verità e fiaccata nella sua volontà di sottomettersi ad essa.
La crisi della verità, che in misura crescente affligge l’umanità, appare sempre più chiaramente come una crisi nella coscienza dei valori fondamentali della natura umana.
Da un lato essa è alimentata dalla crisi morale dell’umanità, dall’altro vi si ripercuote, rendendola più acuta. La cosiddetta attuale “dittatura del relativismo” minaccia di oscurare l’immutabile verità sulla natura dell’uomo, il suo destino e il suo bene ultimo. La adesione ad una verità che precede l’uomo viene presentata come una minaccia alla uguaglianza e alla libertà. In definitiva, la società relativista impone all’uomo di vivere in una giungla di libertà arbitrarie e conseguentemente auto-distruttive.
Quale dunque è la risposta del cristianesimo?
Rispondo innanzitutto che è conveniente porre in risalto il servizio che la fede cristiana è chiamata ad apportare alla ragione umana, per una piena comprensione della verità dell’essere, vale a dire dell’essere di ogni persona e di tutto ciò che esiste.
La fede non è pura teoria, non è un mero annuncio di ideali generici: essa è innanzitutto via, cammino d’incontro ed adesione personale con un Dio che si manifesta amico, intrattenendosi con ciascuno di noi per invitarci ad ammetterci nella comunione con sé (cfr. Conc. Vaticano II, Dei Verbum, 2, 5). La fede in Cristo è, in definitiva, stile di vita (cfr. San Tommaso, S. Theol. II-II q.10, a1 ad1; cfr. Josef Pieper, Lieben, hoffen, glauben, Munchen, pp. 315 e 376), che si forgia in un assenso libero a tutta la verità da Dio rivelata e che ci fa ripetere “so a chi credo” (cfr. 2 Tim 1,12).
Con parole di San Giovanni Paolo II, ricordiamo che “il bene della persona è di essere nella Verità e di fare la Verità. Questo essenziale legame di Verità-Bene-Libertà è stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea e, pertanto, ricondurre l’uomo a riscoprirlo è oggi una delle esigenze proprie della missione della Chiesa, per la salvezza del mondo” (Allocuzione ad alcuni Docenti di teologia morale, nn. 1-2, 10.4.1986: Insegnamenti, IX 1, 1986, p. 970).
“La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere lui, perché conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso (cfr. Es 33,18; Sal 27,8-9; 63,2-3; Gv 14,8; 1 Gv 3,2)”. Questa riflessione del Papa polacco, posta in epigrafe all’Enciclica Fides et ratio, sottolinea l’urgenza di operare a favore della riconciliazione tra la fede e la ragione.
4. L’arte di vivere bene – arte di essere amato e di amare - è innanzitutto ascolto e annuncio della Parola di Dio
Un vecchio proverbio dice: "Successo non è un nome di Dio". L’apprendimento e la trasmissione della Verità deve sottomettersi al mistero del grano di senape e non pretendere di produrre subito il grande albero. Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell'impazienza di avere un albero più grande, più vitale - dobbiamo invece accettare he il mistero del Verbo incarnato è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano. Nella storia della salvezza è sempre contemporaneamente Venerdì Santo e Domenica di Pasqua.
Il cristiano non cerca l’ascolto per sé- non vuole aumentare il potere e l'estensione delle istituzioni da lui fondate, ma vuole servire al bene delle persone e dell'umanità dando spazio a Colui, che è la Vita. Questa espropriazione del proprio io offrendolo a Dio per la salvezza degli uomini, è la condizione fondamentale del vero impegno per la Verità.
Cristo ha detto: "Io sono venuto nel nome del Padre mio, e non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" dice il Signore (Gv 5, 43).
Il contrassegno dell'Anticristo è il suo parlare nel proprio nome. Il segno della Verità è la comunione con Dio. L'annuncio della Verità suppone dunque l'ascolto della voce di Dio. "Non parlare nel nome proprio" significa: parlare con Cristo e di Cristo.
Benedetto XVI anni fa leggeva la biografia di un ottimo sacerdote del nostro secolo, Don Didimo, parroco di Bassano del Grappa. Nelle sue note, diceva il Papa emerito, si trovano parole d'oro, frutto di una vita di preghiera e di meditazione. “Al nostro proposito dice Don Didimo, per esempio: Cristo predicava nel giorno, di notte pregava”. Con questa breve notizia voleva dire: Cristo doveva acquistare da Dio i discepoli. Lo stesso vale sempre. Non possiamo guadagnare noi gli uomini. Dobbiamo ottenerli da Dio per Dio. Tutti i metodi sono vuoti senza il fondamento della preghiera. La parola dell'annuncio deve sempre essere bagnata da una intensa vita di preghiera.
5. La vita donata e ritrovata
Gesù predicava di giorno, di notte pregava. Ma non solo. La sua intera vita fu - come lo mostra in modo molto bello il Vangelo di S. Luca - un cammino verso la croce, ascensione verso Gerusalemme. Gesù non ha redento il mondo tramite parole belle, ma con la sua sofferenza e la sua morte. Questa sua passione è la fonte inesauribile di vita per il mondo; la passione dà forza alla sua parola e distrugge il male con la fiamma del suo amore per noi.
Il Signore stesso - estendendo ed ampliando la parabola del grano di senape - ha formulato questa legge di fecondità nella parola del chicco di grano che muore, caduto in terra (Gv 12, 24). Anche questa legge è valida fino alla fine del mondo ed è - insieme col mistero del grano di senape - fondamentale per ognuno di noi chiamato ad unirci alla sua sofferenza.
Sant'Agostino dice lo stesso in modo molto bello, interpretando Gv 21, dove la profezia del martirio di Pietro e il mandato di pascere, cioè l'istituzione del suo primato sono intimamente connessi. Sant'Agostino commenta il testo Gv 21, 16 nel modo seguente: "Pasci le mie pecorelle", cioè soffri per le mie pecorelle (Sermo Guelf. 32 PLS 2, 640).
Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto. Diciamolo ancora una volta con parole del Signore: Il regno di Dio esige violenza (Mt 11, 12; Lc 16, 16), ma la violenza di Dio è la sofferenza, è la croce. Non possiamo dare vita ad altri, senza dare la nostra vita. Il processo di espropriazione sopra indicato è la forma concreta (espressa in tante forme diverse) di dare la propria vita. E pensiamo alla parola del Salvatore: "... chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà..." (Mc 8, 36).
Conclusione
E così possiamo concludere rispondendo al primo quesito: viviamo bene perché non viviamo in un mondo sospeso. Il mondo è cambiato perché trasformato, redento. Ripetiamo: non è un mondo in sospeso.
“La relazione della Chiesa con il mondo - ha affermato uno dei più grandi teologi viventi- è e sarà sempre sostanzialmente la stessa: si può riassumerla con la celebre affermazione di sant’Agostino: mundus reconciliatus, Ecclesia (Sermo 96,8); la Chiesa nella sua dimensione di Popolo di Dio, è il mondo stesso in quanto riconciliato con Dio; e, pertanto, si rapporta con il mondo come forza, come sacramento, mediante il quale Cristo continua nella storia la sua missione di salvezza, vincendo la resistenza che il mondo stesso contrappone alla propria riconciliazione con Dio” (Mons. Fernando Ocàriz, La Chiesa mondo riconciliato, intervista di Rafael Serrano, Ed Ares, Città di Castello – Perugia – aprile 2014, p. 69).
La Vergine Maria, nel travaglio di quel dolore offerto per amore ai piedi della Croce di suo Figlio, diventava Madre nostra, Madre della speranza. Non è un caso che la pietà popolare continui a invocare la Vergine Santa come Stella maris, un titolo espressivo della speranza certa che nelle burrascose vicende della vita la Madre di Dio viene in nostro aiuto, ci sorregge e ci invita ad avere fiducia e a continuare a sperare (cfr. Bolla di Indizione, n. 24).
Grazie dell’ascolto,
Mons. Mauro Longhi